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domenica

H2A. L'acquedotto in amianto



In allegato qui sotto riporto  l'articolo Pubblicato il 16/ott/2013

Quasi tutti gli acquedotti pubblici in Italia sono in cemento-amianto e Bologna possiede circa 1.800 km di queste tubature dello stesso materiale che disperdono nell'acqua 10mila fibre a litro. A lanciare l'allarme degli acquedotti è "H2A. L'acquedotto in amianto", un documentario di poco più di 30 minuti che racconta la situazione delle tubature della città bolognese.


Il documentario è stato diretto da Giuliano Bugani e Daniele Marzeddu, con le riprese di Salvo Lucchese, le musiche di Pasquale Pettrone e Maudit Production, e realizzato grazie all'iniziativa dell'Associazione Orfeonica di Bologna e all'azione di crowdfunding di cittadini e associazioni attraverso il sito di giornalismo partecipativo pubblicobene.it.

Già nel 2008 era stato realizzato un documentario sui lavoratori esposti all'amianto dal titolo 'Anno 2018: verrà la morte' perché proprio tra il 2015 e 2020 sono previsti in Europa 500mila morti per tumore al polmone. Proiettato nell'agosto del 2012, il documentario che "ha vinto 10 festival", ha suscitato l'interesse del pubblico soprattutto in relazione all'acquedotto di Bologna.
Per prima cosa abbiamo cercato di intervistare tutte le istituzioni bolognesi: dal sindaco, Virginio Merola, agli assessori interessati, fino ai consiglieri di maggioranza e opposizione. Il risultato? Alcuni non hanno risposto, ad altri invece, come il primo cittadino, non interessava l'argomento. Gli unici a rispondere sono stati Pasquale Caviano di Centro democratico e Massimo Bugani, capogruppo del Movimento 5 Stelle.
Neanche Hera, che gestisce l'acquedotto, ha risposto al nostro invito. Abbiamo deciso di intervistare i cittadini: il 99% non è a conoscenza del problema. Quanto agli esperti, sia il presidente dell'Associazione esposti amianto, Vito Totire, sia Luciano Mutti, oncologo di Vercelli, che Morando Soffritti, direttore scientifico dell'Istituto Ramazzini, concordano che la fibra di amianto ingerita è fortemente cancerogena. Inoltre, abbiamo documentato la difficoltà a reperire i dati da chi controlla le acque, ossia Asl, Arpa ed Hera.
A giugno 2013, sono stati forniti dei dati dall'Asl relativi ad alcune strade del centro bolognese che hanno registrato 10mila fibre di amianto per litro. Secondo studi americani il pericolo c'è da 70mila fibre a litro a salire, mentre secondo i nostri esperti basta anche solo una fibra ingerita. Resta comunque un problema: quasi tutti gli acquedotti italiani sono in cemento amianto e in pochi ne sono a conoscenza.

venerdì

Nel talk si parlerà di tumore del seno ma anche di malattie della retina e crisi di epilessia

La chemio peggiora il cancro.

  Healthy cells damaged by chemotherapy secrete more of a protein called WNT16B, which boosts cancer cell survival


Un team di studiosi alla ricerca del perché le cellule tumorali sono così resistenti, accidentalmente è inciampato su una scoperta molto più importante.
Mentre conduceva la ricerca, il team ha scoperto che la chemioterapia in effetti danneggia fortemente le cellule sane e, successivamente, provoca la loro produzione di una proteina chesostiene e dà combustibile alla crescita tumorale. Come se non bastasse, rende il tumore altamente resistente al trattamento futuro .
Segnalando le loro scoperte sulla rivista Nature Medicine, gli scienziati riferiscono che i risultati sono

giovedì

TUMORE ALLA PROSTATA BASTA UN MANIPOLO ELETTRICO

SALUTE: PER VERIFICARE SE SI HA IL TUMORE ALLA PROSTATA BASTA UN MANIPOLO ELETTRICO AUTORIZZATO DAL MINISTERO DELLA SALUTE


Il Codacons, anche come azionista del gruppo Finmeccanica (con una quota simbolica di 10 azioni acquistate per tutelare i cittadini davanti a un vero e proprio spreco), ha diffidato Finmeccanica ad adottare le misure necessarie per una adeguata diffusione e commercializzazione di

venerdì

Maggiore assunzione di vitamina D necessaria per ridurre rischio di cancro

I ricercatori della Università della California, della San Diego School of Medicine e della Creighton University School of Medicine di Omaha hanno riferito che un’assunzione elevata di vitamina D è necessaria per raggiungere livelli ematici che possono prevenire o ridurre sensibilmente l’incidenza di cancro al seno e di molte altre grandi malattie. I risultati sono stati pubblicati il 21 febbraio sulla rivista Anticancer Research.

mercoledì

La dieta di Okinawa (Giappone) contro tumore al seno e alla prostata

L'isola di Okinawa, in Giappone, vanta numerosi record. Gli abitanti sono tra i più longevi del mondo e sono praticamente sconosciuti i tumori.

I campi arati del mare
Ingrandisci la foto
I campi arati del mare. A Okinawa, le alghe sono parte integrante della dieta, come un tempo sulle sponde del mediterraneo.Se vuoi vincere il tumore al seno (o alla prostata se sei un uomo) meglio trasferirsi nell'isola di Okinawa dove queste due patologie sono quasi sconosciute. Alla base di questa "protezione naturale" c'è la dieta a base di verdura e la regola confuciana dell"hara hachi bu": mai riempire lo stomaco oltre l'80%.
Ecco le regole da seguire per una dieta okinawana.

• Riduci le calorie della tua dieta del 10-12% (non sentirti mai completamente sazio, ma solo all’80%).

lunedì

I centri Hifu per la cura del tumore alla prostata

Un modo naturale, con un'azione salutistica non farmaceutica, per aiutare i problemi della prostata, come prostatiti e ipertrofia prostatica.(ProstaMEV) è un prodotto a base di: Serenoa e Ortica.
La Serenoa aiuta a ripristinare la normale attività della prostata; l' Ortica aiuta a combattere le infiammazioni. L'azione combinata dei due principi (titoli) fa del ProstaMEV un valido aiuto nell'uomo con propblemi di prostatite e ipertrofia prostatica, un importante aiuto naturale nella cura dei problemi della prostata.


Una terapia a ultrasuoni indolore, non traumatica e non invasiva per curare i tumori alla prostata: si tratta dell'Hifu (high intensity focused ultrasound - ultrasuoni focalizzati ad alta intensità).


Di seguito, l'elenco dei centri pubblici o convenzionati con il Servizio sanitario nazionale che la utilizzano.

martedì

Tumori: nuovo trattamento, nuovi scenari?


Siamo ormai abituati a recepire con scetticismo quelle che vengono periodicamente presentate come soluzioni innovative, vere o presunte, a malattie oncologiche, quelle sempre vere.
Haifu è invece una tecnologia che definiamo “amica” perché è poco traumatica e molto efficace.
E’ uno slogan?
Si tratta di una tecnica nuova che accoppia gli ultrasuoni ad alta energia, impiegati per portare a necrosi il tumore, con gli ultrasuoni di un normale ecografo impiegati per visualizzare l’area da trattare.
Vale la pena spendere qualche parola in più.Haifu consente di individuare la massa tumorale con una sonda ecografica e di trasmettere in tempo reale un fascio di ultrasuoni collimati ad alta energia focalizzandolo nell’area prescelta. La concentrazione di energia è tale da innalzare la temperatura a 60-90°C di un’area di circa 1x1,2mm portandola a necrosi coagulativa nel tempo di 1-2 secondi. Il trattamento successivo di aree contigue consente di trattare con efficacia e in tutta sicurezza masse anche vaste calibrando il trattamento stesso sulla conformazione tridimensionale del tumore e con rispetto assoluto dei tessuti e degli organi circostanti.
In definitiva si basa tutto sull’impiego di ultrasuoni, che attraversano i tessuti senza danno: l’unico effetto clinico è quello che si viene a creare sull’area focale, mentre in tutti gli altri tessuti il calore viene disperso dai vasi sanguigni.
Il risultato è immediato: la necrosi può essere visualizzata fin da subito con un semplice esame TAC o RMN o ancora meglio con la più moderna PET. Non c’è trucco ed è evidente che il rapporto effetto terapeutico/danni biologici è assoltamente vantaggioso, soprattutto nei confronti delle terapie oncologiche tradizionali.
A questo proposito, la tecnologia HAIFU non sostituisce le tecniche tradizionali di cura ma le integra in maniera ottimale. Può intervenire in aree anatomiche di difficile accessibilità per la chirurgia e la chemioterapia può essere ripresa, di norma, già dalla settimana successiva.
Quali patologie e quali organi possono essere trattati? Tutti quelli visualizzabili con l’ecografia: il fegato, il pancreas, il rene, i tessuti retroperitoneali, gli arti, e anche le ossa, qualora le metastasi portano una rarefazione dell’osso. Si tratta di una cura aspecifica, perché basata su criteri fisichi e non chimici: in definitiva non distingue i tessuti trattati se non in funzione delle loro caratteristiche morfologiche e strutturali, ma assolutamente sicura, perché il trattamento viene seguito passo-passo dall’ecografo collimato. Si tratta dove si vede, e solo se si vede.
E già, perché i risulati sono ampiamente prevedibili, perché esponendo il paziente alla parte diagnostica prima che il trattamento vero e proprio venga effettuato, si può rendere preliminarmente partecipe il paziente stesso e lo specialista di riferimento (l’oncologo, il chirurgo, il radioterapista, il medico curante…) delle decisioni in merito al trattamento stesso, inserendolo in un contesto di multidisciplinarità.
Quante macchine sono presenti nel mondo?
In estremo oriente la tecnologia è molto diffusa per la precisione di cura, l’efficacia, la affidabilità. E anche l’economicità perché pur trattandosi di un macchinario grande quanto una TAC che costa più di una TAC, non consuma quasi nulla se non la corrente elettrica: pochi farmaci, pochi materiali monouso, poche giornate di degenza. Come riferisce l'oncologo Costantino Campisi, del "Rome American Hospital", uno dei primi a mettere in atto questo tipo di trattamenti, in Europa, solo quattro Centri in grado di mettere in atto questo nuovo tipo di terapia: Oxford, Barcellona, Milano (Istituto Europeo di Oncologia), e appunto, Roma.
A proposito: la tecnologia è ancora più vantaggiosa per il trattamento dei tumori benigni: fibromi della mammella e fibromi dell’utero asportati con ricoveri di uno-due giorni, senza cicatrice e senza anestesia, solo in narcosi: un bel risultato!

fonte:www.strill.it

giovedì

SCOPERTO UN ANTIGENE PER COLPIRE IL TUMORE AL POLMONE


Riuscire a colpire in maniera selettiva le cellule dei tumori e farle distruggere dal sistema immunitario delle persone ammalate.
Questo potrebbe essere presto possibile grazie alla scoperta dell'antigene chiamato MAGE A3, che soltanto le cellule cancerose presentano sulle loro superficie e che potrebbe diventare un segnalatore per un nuovo vaccino terapeutico antitumorale, di modo che quest'ultimo attivi il sistema immunitario del paziente per colpire solo le cellule neoplastiche.
I massimi esperti oncologi sono riuniti in congresso all'Auditorium GSK di Verona per discutere delle possibili novità terapeutiche e profilattiche introdotte da questo innovativo vaccino anti-cancro, sviluppato grazie alla ricerca della casa farmaceutica Glaxo Smith Kline e reso più potente da un composto aggiuntivo che ne amplifica l'effetto nel sistema immunitario.
Ad oggi il nuovo vaccino è allo è allo studio in vari paesi del mondo per curare il carcinoma polmonare a piccole cellule, che è il tumore più diffuso con l'80% delle diagnosi, e il melanoma, cancro della pelle. La nuova profilassi potrebbe essere un'efficace arma in più contro queste gravi neoplasie, accanto alle tradizionali e sperimentate radio e chemioterapia.
Il dott. Luca Marini, direttore medico del settore oncologia di Glaxo Smith Kline, afferma che il beneficio apportato dal nuovo vaccino si può finora quantificare, grazie alla seconda fase dei test clinici, in una riduzione del 27% del rischio di ricomparsa della malattia nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule, che avevano ricevuto il vaccino dopo l'intervento.
Nei pazienti in cui, prosegue Marini, sono stati selezionati set di geni chiave per prevedere la risposta al trattamento, si è registrato un calo del 43% del rischio di ricaduta.
Nella successiva fase sperimentale del vaccino antitumorale saranno coinvolti 2270 pazienti risultati positivi all'antigene tumorale MAGE-A3.
Il prof.Andrea Ardizzoni, direttore della struttura complessa di oncologia medica dell'azienda ospedaliera universitaria di Parma, spiega che il microcitoma, noto anche come carcinoma polmonare a piccole cellule, è tra i tumori più aggressivi e spesso viene diagnosticato dopo la comparsa di vari sintomi, come tosse, difficoltà respiratoria, dolore toracico, debolezza e calo dell'appetito. Questo cancro colpisce circa 40mila persone ogni anno in Europa e la sua insorgenza è strettamente collegata al fumo di sigaretta.
Attualmente è il Topotecan il farmaco impiegato per la cura di questo tumore e questo medicinale è ora disponibile in forma orale: questo facilita l'assunzione dello stesso da parte dei pazienti e la loro aderenza (compliance) alla terapia.
Ardizzoni sottolinea che studi clinici hanno dimostrato l'efficacia di Topotecan in forma orale, in associazione alla migliore terapia di supporto, fino a registrare un raddoppio della sopravvivenza media dei malati di tumore al polmone e un significativo miglioramento della loro qualità di vita rispetto al trattamento con la sola terapia di supporto.

fonte:http://italiasalute.leonardo.it/news2pag.asp?ID=9764

mercoledì

Scorpacciate di carne rossa? Rischi letali per la salute



Golosi di bistecche, cotolette, bacon e polpette sono avvertiti. Mangiare troppa carne rossa o processata fa male alla salute. Secondo un recente studio americano, pubblicato sugli Archives of Internal Medicine e condotto su oltre 500 mila persone, i super-mangiatori di carne corrono più rischi di morire (per tutte le cause) in 10 anni, rispetto a chi si concede meno spesso filetto o fettina.
Ma non è detto..... che ci si debba convertire per forza a un regime vegetariano: infatti un più alto consumo di carne bianca è risultato associato a un rischio ridotto di morte, rispetto a chi si concede con il contagocce piatti di pollo e tacchino.

I ricercatori dell’Us National Cancer Institute hanno indagato sulla dieta di ogni cavia umana arruolata nella ricerca, monitorando la salute del campione per 10 anni. Così gli scienziati hanno scoperto che chi consumava la maggior proporzione di carne rossa o processata (insaccati, salumi, prosciutti) ha un più alto rischio di morte per cause generali, in particolare di ammalarsi di tumore e di cardiopatie rispetto a chi ne mangia di meno.

I grandi consumatori di bistecche e affini, spiegano i ricercatori, sono quelli che ne portano in tavola circa 160 g al giorno. Dall’altro lato della classifica, quelli che ne consumano di meno se ne concedono appena 25 g al giorno, l’equivalente di una fettina di bacon. Al contrario, l’analisi rivela che per i golosi di carne bianca i pericoli letali crollano - come pure quelli relativi a tumori e cardiopatie - rispetto a chi assaggia questi piatti più raramente.
fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com

venerdì

TUMORE ALLA PROSTATA: 9 MILIONI A RISCHIO


Oltre nove milioni di uomini (9.300.000) over 50 sono a rischio in Italia per il tumore alla prostata, che con un'incidenza del 12% e' il primo tumore che colpisce l'uomo. Ma con un'adeguata prevenzione e con stili di vita corretti si puo' combattere. Per questo dal 12 al 19 marzo la World Foundation of Urology ha promosso la Settimana di Prevenzione del Tumore alla Prostata. Spot televisivi su Rai e Mediaset, pieghevoli informativi, e un'importante iniziativa favorita da Federalberghi: l'alloggio gratuito ai parenti di pazienti che provengono da altre regioni e che in quella settimana si devono sottoporre a interventi per tumore alla prostata al S.Raffaele di Milano, l'Istituto nazionale studio e cura dei tumori di Milano, il S.Giovanni Bosco di Torino, il Regina Elena di Torino, il S.Giovanni Calibita di Roma, il S.Salvatore dell'Aquila, il Cardarelli di Napoli, la Fondazione Pascale di Napoli, e la Casa Sollievo della Sofferenza di S.Giovanni Rotondo. La campagna di prevenzione quest'anno mettera' l'accento soprattutto sull'alimentazione: "Nei paesi asiatici infatti - spiega Mauro Dimitri, presidente della World Foundation of Urology - c'e' una bassa incidenza di tumori alla prostata. Mentre un terzo dei decessi per tumore nei paesi sviluppati puo' essetre attribuito alla nutrizione in eta' adulta". In particolare sono un toccasana gli alimenti ricchi di Licopene (ortaggi e pomodori), l'aglio, il the verde, il melograno. Fondamentale anche l'attivita' fisica, e un recente studio dell'Universita' del Michigan collega un maggior rischio di tumore ai single, perche' meno propensi a sottoporsi a screening periodici. "Questa campagna di prevenzione - spiega il sottosegretario alla Salute Ferruccio Fazio - si inquadra in una visione complessiva che il Ministero vuole dare: a breve verra' approvato il Piano nazionale di prevenzione. Per il tumore alla prostata il consiglio agli over 50 e' di fare una Psa una volta l'anno, e se i valori sono elevati ripeterla dopo tre mesi, per poi in caso di valori ancora alti fare altri esami come gli ultrasioni. Fondamentale - aggiunge - anche la prevenzione terziaria, cioe' rivolta a chi e' gia' stato operato, se si tiene conto che il 35% degli operati tende a recidivare". 

Il ruolo della vitamina C nella lotta al cancro



La vitamina C potrebbe essere utile nella lotta contro il tumore. Secondo uno studio americano pubblicato recentemente, elevate dosi di vitamina C, assunte tramite iniezioni, ridurrebbero il tasso di crescita del tumore. L'esperimento è stato condotto su delle cavie. Lo scienziato americano, Linus Pauling, premio Nobel in chimica nel 1954, introdusse per primo l'idea che la vitamina C, conosciuta anche come acido ascorbico, potesse essere usata per curare il tumore negli anni Settanta. Questa teoria venne considerata controversa e gli studi seguenti non riuscirono a dimostrare i vantaggi della vitamina C somministrata come farmaco. Continuava invece a essere somministrata per via orale.

Il nuovo team di ricerca, costituito da ricercatori dell'U.S. government's National Institutes of Health, cominciò a praticare considerevoli iniezioni di vitamina C per permettere una concentrazione più elevata rispetto a quella che si ottene con il metodo per via orale. Impiantarono nelle cavie da laboratorio tre tipi di cellule cancerogene aggressive: il glioblastoma (tumore maligno del cervello), il tumore alle ovaie e al pancreas. Nelle cavie in cui vennero somministrati alti dosaggi via iniezione di vitamina C, venne riscontrata una crescita del tumore pari alle metà di quella in corso nelle altre cavie.

L'autore leader della ricerca, il dott. Mark Levine del NIH'S National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases, dichiarò che il concetto chiave della ricerca sta nel ruolo della vitamina C come farmaco in grado di curare alcuni tipi di cancro. Si pensa che il perossido di idrogeno generato da elevate quantità di vitamina C possa agire contro le cellule cancerogene. Levine ha dichiarato che il perossido di idrogeno distrugge le cellule cancerogene, ma sembra non influire sulle cellule normali. Le scoperte sono state pubblicate nella rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.

Levine ha dichiarato, inoltre, che è emerso, da un altro studio nel quale era coinvolto e condotto in Canada, che dosi simili di vitamina C potrebbero essere somministrate negli esseri umani con pochissimi effetti collaterali. Il passo successivo sta nel confermare la teoria dell'efficacia sugli uomini. Levine è ottimista al riguardo.

By: Allie Montgomery  Published: Giovedì, 14 Agosto 2008

Scoperto meccanismo resistenza tumore ovaie a un farmaco


Studio Università Cattolica Campobasso-Fondazione Santa Lucia

Milano, 6 mar. (Apcom) - Un gruppo di ricercatori dell'Università Cattolica di Campobasso, in collaborazione con la Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma, ha studiato il fenomeno della farmaco-resistenza nel carcinoma ovarico e ha individuato un nuovo meccanismo biologico attraverso il quale le cellule maligne riescono a resistere a uno dei farmaci più usati in questo tipo di patologie: il paclitaxel. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Proteome Research.

Alcuni farmaci usati per aggredire i tumori, infatti, a un certo punto non hanno più effetto sulle cellule maligne, cessando di fatto la loro attività terapeutica. "Nonostante una buona risposta alla chirurgia e alla fase iniziale della chemioterapia, in molti casi assistiamo a un fallimento in termini di efficacia dei farmaci antitumorali - spiegano Lucia Cicchillitti e Michela di Michele, autrici principali dello studio - Il nostro principale obiettivo in questo momento è quello di capire i meccanismi biologici che stanno alla base della resistenza al paclitaxel".

I ricercatori hanno usato la proteomica, una scienza che studia i processi attraverso i quali l'insieme delle proteine di una cellula, una volta formate a partire dall'informazione genetica, vengono modificate e adattate alla loro funzione. "Ci siamo concentrati - spiega Maria Benedetta Donati, coordinatore scientifico dei Laboratori di ricerca del'Università - sulle proteine che sono maggiormente coinvolte nella resistenza al farmaco, in particolare la disulfide isomerasi ERp57, che può rappresentare un valido biomarcatore di farmaco-resistenza. Studi precedenti hanno dimostrato che questa proteina interagisce con un'altra, la tubulina di classe tre (TUBB3), coinvolta nella resistenza al paclitaxel nel carcinoma ovarico ma anche in altri tipi di tumore".

I ricercato sono partiti con un obiettivo: studiare la resistenza ai farmaci non come un fenomeno dovuto ad un'unica proteina, ma alle numerose interazioni possibili. Hanno quindi messo a confronto due linee cellulari, una sensibile ed una resistente al farmaco in studio. Il passo successivo è stato quello di confrontare le diverse espressioni proteiche. Hanno così scoperto che la ERp57 coprecipita, cioè si associa regolarmente alla tubulina di classe tre ed è molto più espressa nelle cellule resistenti. La vera novità dello studio è che il legame tra le due proteine è più evidente nel nucleo della cellula, cosa che prima non si sapeva.


fonte:notizie.virgilio.it

sabato

Tumore colon: oncologi, si può guarire con farmaci biotech


ROMA. Cresce tra gli italiani la consapevolezza che le condizioni ambientali sempre peggiori sono corresponsabili dell'insorgenza di forme patologiche anche gravi.


In particolare, il 64% ritiene il numero dei tumori in Italia sia cresciuto: nella classifica delle forme piu' gravi, spicca al primo posto quello al polmone (59%), seguito da quello al seno (20%), fegato (18%), pancreas (16%), colon (12%) e cervello (12%).
Sono questi, in sintesi, i dati salienti che emergono da una ricerca condotta dall'Istituto Lexis Ricerche di Milano, sostenuta da Amgen Dompe', su un campione di 600 italiani, volta a misurare la consapevolezza e la conoscenza sull'evolversi dei casi di tumore in Italia, con particolare attenzione alla conoscenza del tumore al colon.
«I risultati della ricerca - commenta il professor Roberto Labianca, Direttore Dipartimento di Oncologia ed Ematologia, Ospedali Riuniti di Bergamo - ci confermano che la prevenzione per questa forma di tumore e' essenziale. Se diagnosticato e trattato chirurgicamente e farmacologicamente nelle sue prime fasi, il tumore del colon retto permette di raggiungere percentuali di guarigione insperate per altre malattie neoplastiche».
Che il tumore al colon retto possa essere curato, e' una constatazione che, grazie alla sua vicenda personale, condivide anche Enzo Cattaneo, Presidente dell'Associazione Oncologica Bergamasca A.O.B. Onlus: «La ricerca e la medicina hanno compiuto importanti progressi, soprattutto negli ultimi anni. I nuovi trattamenti permettono ai pazienti colpiti da tumore del colon e ai loro familiari di avere nuove speranze in molti casi di una regressione completa della patologia e, comunque, di cure che migliorino la qualita' della vita mantenendo stabile le crescita del tumore».
Secondo il professor Salvatore Siena, Direttore della Divisione di Oncologia Falck dell'Ospedale Niguarda Ca' Granda di Milano, «Negli ultimi 5 anni l'armamentario terapeutico per il tumore del grosso intestino, soprattutto del tumore del grosso intestino metastatico, si e' arricchito di farmaci che sono il risultato delle scelta farmaceutica biotecnologica, soprattutto gli anticorpi monoclonali. I farmaci biotecnologici hanno permesso di aumentare la sopravvivenza complessiva e soprattutto la sopravvivenza senza progressione della malattia».
Secondo un recente studio i pazienti trattati chirurgicamente con metastasectomia e con farmaci di nuova generazione registrano anche una sopravvivenza media superiore ai 36 mesi e nel 20% dei casi fino a 5 anni. In particolare il panitumubab «e' risultato essere efficace in pazienti con un tumore al grosso intestino metastatico, risultato resistente a tutte le terapie precedentemente disponibili. In questi pazienti si e' osservato un vantaggio di sopravvivenza senza progressione del tumore e un vantaggio di qualita' di vita rispetto ai pazienti non trattati con lo stesso farmaco».
fonte:www.primadanoi.it

giovedì

Nuova arma per la lotta contro il carcinoma ovarico

Roma- Il tumore dell´ovaio rappresenta la neoplasia più aggressiva tra i tumori ginecologici con 165.000 nuovi casi diagnosticati ogni anno nel mondo, 4.000 in Italia, il 5% di tutti i tumori femminili in Europa.

La diagnosi avviene purtroppo in fase avanzata. Non sono stati ancora sviluppati efficaci metodi di diagnosi precoce: e un tumore asintomatico nella fase iniziale e quando iniziano a manifestarsi i sintomi il carcinoma è spesso già in fase avanzata. La ricerca traslazionale, il trasferimento dei dati ottenuti in laboratorio al letto del paziente, rappresenta sicuramente un importante traguardo nella ricerca oncologica ed in particolare nel trattamento del carcinoma ovarico. In seguito ai trattamenti chemioterapici attualmente disponibili solo il 30% delle pazienti affette da questa neoplasia sopravvive oltre i cinque anni dalla diagnosi rendendo necessario lo sviluppo di nuove più efficaci terapeutiche.

I ricercatori dell´Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) hanno studiato il meccanismo molecolare che favorisce la diffusione metastatica nel tumore ovarico e come l´utilizzo di particolari farmaci con bassa tossicità possa ridurre significativamente il processo metastatico.

La rivista scientifica PNAS, edita dall´Accademia delle Scienze statunitensi, pubblica uno studio italiano sul carcinoma ovarico che rivela il meccanismo molecolare attraverso il quale il recettore A dell´endotelina promuove la diffusione metastatica, servendosi di un "interruttore molecolare", la beta-arrestina, come molecola di segnale responsabile del comportamento maligno e aggressivo delle cellule tumorali dell´ovaio. Di potenziale interesse clinico, il blocco selettivo del recettore A dell´endotelina con il farmaco, lo ZD4054, provoca una significativa riduzione del potenziale metastatico del carcinomaovarico in modelli preclinici. L´indagine è stata condotta dalla Dr.ssa Laura Rosanò nel gruppo coordinato dalla Dr.ssa Anna Bagnato nel Laboratorio di Patologia Molecolare, già diretto dal Dr. Pier Giorgio Natali dell´Istituto Regina Elena di Roma, in collaborazione con il gruppo coordinato dalla Dr.ssa Annamaria Biroccio del Laboratorio di Chemioterapia Sperimentale dello stesso Istituto.
Il lavoro, svolto grazie al sostegno dell´Associazione Italiana Ricerca Cancro (AIRC), dimostra come l´inibitore del recettore A dell´endotelina, impedendo il reclutamento della beta-arrestina sul recettore, inibisce l´attivazione di vie di segnale fondamentali per la progressione neoplastica. 
"Questo risultato è molto importante- spiega la Dott.ssa Anna Bagnato - perché evidenzia un meccanismo che connette due distinte famiglie di recettori, quelli accoppiati a proteine G , come il recettore A dell´endotelina, e quelli con attività tirosin chinasica, come quello per l´epidermal growth factor, che regolano la crescita e la diffusione metastatica . L´utilizzo di farmaci, come lo ZD4054, pertanto, agendo a monte dei segnali attivati contemporaneamente da questi due recettori, è di particolare interesse per le applicazioni cliniche." 
In precedenti studi, infatti, i ricercatori hanno dimostrato che questo farmaco inibisce la crescita tumorale, favorendo la morte cellulare (apoptosi) e potenzia l´effetto citotossico chemioterapico quando viene associato ai farmaci, come i taxani , usati oggi nel trattamento del carcinoma ovarico. Lo ZD4054 è somministrabile per bocca e studi clinici di fase I e II sul carcinoma della prostata condotti negli USA hanno dimostrato una bassa tossicità e una farmacocinetica estremamente favorevole. 
Il risultato descritto su PNAS* apre quindi prospettive incoraggianti perché indica che siamo di fronte a una strategia terapeutica specifica, mirata e meno tossica. 
Alla luce di questi risultati, uno studio multicentrico italiano, che include anche centri tedeschi, coordinato dal Prof. Francesco Cognetti, direttore dell´Oncologia Medica A dell´Istituto Regina Elena, valuterà in una sperimentazione clinica di fase II lo ZD4054 in combinazione con il paclitaxel ed il carboplatino in pazienti affetti da carcinoma ovarico.

Lorella Salce 
Capo Ufficio Stampa IFO
06 52662753 348 5294272

*www.pnas.org/cgi/doi/10.1073/pnas.0807158106

fonte:www.blogger.com