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sabato

Ricerca: cervello puo' sopravvivere a corpo, vita neuroni non limitata da geni



 (Adnkronos Salute) - I neuroni di alcuni mammiferi possono vivere più a lungo dell'organismo che li ha generati, il limite della loro esistenza non sarebbe, dunque, scritto nei geni. In pratica il cervello può sopravvivere al corpo. E' la conclusione raggiunta - dopo un esperimento che ha richiesto oltre cinque anni di lavoro - da Lorenzo Magrassi, professore di Neurochirurga dell'Università di Pavia che lavora presso la Fondazione Policlinico S. Matteo e l'Istituto di Genetica Molecolare del Cnr di Pavia, insieme al professor Ferdinando Rossi e Ketty Leto, neurofisiologi del NICO - Istituto di Neuroscienze della Fondazione Cavalieri Ottolenghi presso l'Università di Torino. Lo studio è pubblicato su Pnas, la rivista dell'Accademia delle Scienze Usa.

mercoledì

Sviluppato un nuovo farmaco per il trattamento dell’iperplasia prostatica

rapaflo eiaculazione retrograda BPH Dei ricercatori hanno di recente sviluppato un nuovo farmaco per il trattamento dell’iperplasia prostatica benigna (BPH): Rapaflo. Questa condizione colpisce attualmente un’altissima percentuale di uomini e si manifesta con: minzione frequente (anche durante la notte), perdita urinaria e difficoltà di svuotamento della vescica. Anche se l’allargamento della prostata è un segnale tipico dell’iperplasia prostatica benigna,

domenica

SALUTE

Le protesi al ginocchio resistono oltre vent'anni


Le strutture totali impiantate fra il 1975 e il 1989 consentono tuttora ai pazienti di muoversi con facilità...
 - Corriere.it




La tremenda cefalea a grappolo: si può combattere con l'ossigeno


Sperimentata in Pennsylvania, una nuova terapia per affrontare una delle forme più terribili di emicrania...
- Corriere.it





La nascita? Ancora un lusso per pochi Cinquanta milioni di mamme a rischio


Save the Children pubblica la graduatoria del benessere di madri e figli in 164 Paesi In testa la Norvegia, ultimo l’Afghani...
- Corriere.it


SALUTE/ Bere acqua è importante? A Milano si può anche dal rubinetto


Secondo una ricerca, bere tanta acqua fa bene al cuore, previene le malattie e combatte l'obesità. MARIA EVA VIRGA descrive i num...
-Sussidiario.net


venerdì

Maggiore assunzione di vitamina D necessaria per ridurre rischio di cancro

I ricercatori della Università della California, della San Diego School of Medicine e della Creighton University School of Medicine di Omaha hanno riferito che un’assunzione elevata di vitamina D è necessaria per raggiungere livelli ematici che possono prevenire o ridurre sensibilmente l’incidenza di cancro al seno e di molte altre grandi malattie. I risultati sono stati pubblicati il 21 febbraio sulla rivista Anticancer Research.

sabato

Da studio milanese prospettiva di cura per l'Alzheimer



Scoperta forma mutata di beta-proteina che può bloccare malattia

Milano, 12 mar. (Apcom) - Un passo avanti verso la cura della malattia di Alzheimer: è il risultato di uno studio pubblicato sul prossimo numero della rivista Science e realizzato da ricercatori della Fondazione Istituto Neurologico Carlo Besta e dell'Istituto Ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, in collaborazione con colleghi dell'Università di Milano e del Nathan Kline Institute di Orangeburg, New York. La ricerca, durata circa 4 anni, rende possibile un nuovo approccio terapeutico alla malattia, per ora incurabile.
La malattia di Alzheimer è la causa più comune di demenza, colpisce 450mila persone in Italia, oltre 6 milioni nell'Unione Europea, cifre che raddoppieranno entro il 2050 a causa dell'invecchiamento della popolazione. Nel 97% dei casi si manifesta in forma sporadica, solo nel 3% familiare. La malattia è causata dalla mutazione di tre geni. Uno dei tre, chiamato precursore della beta-amiloide, induce la produzione di un frammento proteico chiamato "beta-proteina", che si aggrega nel cervello e genera depositi insolubili, le placche amiloidi, che danneggiano le cellule nervose sino a distruggerle. I ricercatori milanesi hanno identificato una forma mutata di beta-proteina che ha un comportamento biologico diverso da quelli finora osservati: si lega alla beta-proteina normale e blocca la formazione di amiloide e lo sviluppo della malattia.
"Questa proprietà apre una nuova prospettiva terapeutica sia per le forme genetiche che per quelle sporadiche della malattia" spiega Mario Salmona, direttore del dipartimento di Biochimica molecolare e Farmacologia dell'Istituto Mario Negri.
Secondo gli studi precedenti era sufficiente che il difetto genetico fosse solo su un allele del gene per sviluppare la malattia. I ricercatori nella loro ricerca hanno osservato un caso "anomalo", in un paziente sotto i 40 anni con una forma particolarmente aggressiva di Alzheimer, senza familiarità per la malattia: hanno scoperto che, in questo caso, la mutazione genetica era di tipo recessivo, cioè il difetto genetico che permetteva di sviluppare la malattia era su tutti e due gli alleli. Su questo caso sono state fatte ricerche approfondite, sia cliniche che genetiche. La proteina mutata si è dimostrata molto aggressiva: gli studiosi l'hanno riprodotta in laboratorio e hanno unito in provetta quella "normale" e quella mutata. Così hanno visto che, interagendo, le due bloccano lo sviluppo dell'amenoide e della malattia.
Il gruppo di ricerca lavorerà sugli sviluppi terapeutici della scoperta. "Sono stati generati animali transgenici per provare l'ipotesi di uso di peptidi mutati, prima di passare all'uomo" spiega Fabrizio Tagliavini, direttore del Dipartimento di Malattie neurodegenerative della Fondazione Istituto Neurologico Besta. Il percorso per trovare la cura richiederà molti anni di studio: secondo Tagliavini in cinque-sei anni ci sarà un'evoluzione nella diagnosi precoce e nella terapia, con farmaci che blocchino la malattia. Resta ancora da capire il fenomeno a livello molecolare, per costruire farmaci ad hoc. La ricerca è stata finanziata dal Ministero della Salute e dalla Fondazione Cariplo progetto "Guard".

fonte:notizie.virgilio.it

lunedì

Dopo l'uomo bionico, arriva l'uomo biotico



Il primo uomo virtuale nascerà entro due anni nei laboratori della Global Research. Farà da cavia per lo sviluppo rapido di antidoti in caso di attacchi biologici.

Non avrà un destino felice il primo uomo virtuale. Sulla sua pelle verranno infatti testati gli impatti fisiologici di attacchi batteriologici, virali e di altri agenti infettivi, allo scopo di velocizzare lo sviluppo di antidoti in caso di guerra biologica. Global Research, ramo della General Electric specializzato in ricerca tecnologica, e la Transformational Medical Technologies Initiative (TMTI) spenderanno nel progetto più di un milione di dollari nei prossimi due anni, con la benedizione del Defense Threat Reduction Agency (DTRA), il ramo dei dipartimento della Difesa americano che ha assegnato il contratto.

 

Il progetto, denominato Uomo biotico, si avvale di uno specifico software di proprietà della Global Research, che consente di valutare le reazioni fisiche a un antidoto in tempi più rapidi rispetto ai test clinici. Il software verrà ora aggiornato per renderlo in grado di raffigurare con accuratezza ogni cambiamento fisiologico in un paziente affetto da traumi, bruciature o sottoposto a recenti operazioni chirurgiche. Insomma si potranno misurare gli effetti delle medicine simulando condizioni di partenza molto diverse fra loro.

 

Il ministero della Difesa spera di ricavare da questa ricerca un metodo per lo sviluppo di antidoti che si liberi dei problemi connessi alla scarsa sicurezza dei test sull’essere umano e all’impossibilità di prevedere gli aspetti di inefficienza (effetti collaterali in primis). Ovviamente eliminare tali limitazioni condurrebbe a un abbattimento verticale dei costi.

fonte:www.fantascienza.com