martedì

Rene: tumori distrutti con il super-freddo


DAL MEETING DELLA SOCIETA’ AMERICANA DI RADIOLOGIA INTERVENTISTICA

Uno studio Usa propone la crioterapia come trattamento standard. Cautele e altre cure proposte dall’Italia

(Ap)MILANO - Crioterapia come trattamento standard per tutti i pazienti con un carcinoma renale di piccole dimensioni. Questa la proposta di uno studio del prestigioso Johns Hopkins Hospital presentato durante il meeting annuale della Società americana di radiologia interventistica in corso a San Diego (California). Secondo gli esperti americani la «cura del freddo» è sicura e mini-invasiva - perché non comporta un intervento chirurgico -, efficace al cento per cento contro tutte le neoplasie inferiori ai quattro centimetri e comporta un ricovero più breve. Sarebbe la migliore, dunque, per il 75 per cento dei pazienti statunitensi con questa forma di cancro.

IL GELO COME TERAPIA - «La crioterapia percutanea ottiene gli stessi risultati della chirurgia laparoscopica finora considerata il gold standard, la scelta principale, per i tumori renali» afferma Christos Georgiades, radiologo interventista autore dello studio. In pratica, la nuova tecnica consiste nell’inserire un particolare ago attraverso la pelle direttamente fin dentro il tumore. Nel fare ciò, il radiologo è guidato dalle immagini della tomografia e il paziente è soltanto sedato (quindi sottoposto a una anestesia blanda e non totale, come avviene per l’intervento chirurgico). L’ago viene riempito con gas argon che crea una sorta di «bolla di ghiaccio» che congela la lesione cancerosa. Poi si procede con elio, per scioglierla, e infine di nuovo con argon. A questo punta si sfila l’ago e si applica un bendaggio per proteggere l’area dov’è stata fatta la puntura.

UNA CURA DAI COSTI ELEVATI - In Italia le neoplasie renali colpiscono 7 mila persone ogni anno e circa il 50 per cento delle lesioni viene catalogata come «piccola» al momento della diagnosi. «Ma le diagnosi precoci sono in aumento», precisa Giovanni Muto, direttore dell’unità di Urologia all’ospedale San Giovanni Bosco di Torino. Merito soprattutto alla scoperta occasionale delle lesioni cancerose tramite ecografie all’addome eseguite per altri scopi o sulla base di sintomi non specifici. Sicuramente, quindi, con il progressivo incremento dell’individuazione di lesioni piccole, occorrerà orientarsi verso metodiche meno invasive della chirurgia, pur mantenendo analoghi risultati per la salute dei pazienti. «La crioterapia non è una scoperta recente – prosegue l’esperto torinese in tumori renali - e la scarsa diffusione è legata anche agli elevati costi. Inoltre, già adesso si stanno affacciando altre nuove opzioni alternative all’intervento, come gli ultrasuoni focalizzati-Hifu o le micro-onde, che potrebbero superare la stessa crioterapia per costi e efficacia».

LO STUDIO AMERICANO – La ricerca del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, condotta su 84 pazienti con neoplasie renali (prevalentemente ma non esclusivamente fino a quattro centimetri) e con un follow-up fino a tre anni, evidenzia ottimi risultati oncologici (praticamente una sopravvivenza nel cento per cento dei casi) e un basso tasso di complicanze associate al trattamento di crioablazione percutanea. Gli autori ritengono che un follow-up di tre anni sia sufficiente per trarre conclusioni, perché - sostengono - le recidive o persistenze di malattia siano già evidenti a un anno dalla procedura tramite i controlli con tomografia computerizzata o risonanza magnetica. «Lo studio, però, non è comparativo né rispetto al gold standard rappresentato dalla chirurgia né rispetto all’approccio laparoscopico con crioterapia – commenta Muto -. L'approccio laparoscopico, seppure più invasivo, ha a suo sostegno un follow-up significativamente più lungo rispetto a quello percutaneo e fornisce alcuni vantaggi, come un tasso di recidive inferiore (5 per cento contro il 13 per cento) in casistiche con follow-up più lungo, anche grazie al monitoraggio visivo diretto ed ecografico intraoperatorio. Il fatto che tale studio riporti un tasso di recidiva del 7,1 per cento in soli tre anni, fa pensare che tale percentuale possa aumentare allungando il follow-up».

VALIDA OPZIONE PER CHI NON PUO’ ESSERE OPERATO – La proposta, in sostanza, vede gli urologi-chirurghi contrapporsi ai radiologi interventisti: i primi sostengono la maggiore efficacia, verificata anche su controlli in tempi più lunghi, dell’intervento chirurgico; i secondi sottolineano le minori complicanze legate alla terapia mini-invasiva. Ma su una cosa sono tutti d’accordo: potrebbe essere una soluzione valida per tutti i pazienti non operabili. Soprattutto quelli più anziani (e il carcinoma renale colpisce principalmente in età avanzata) che non possono sottoporsi ad anestesia, soffrono di altre gravi malattie o hanno una funzionalità renale compromessa. «E’ per queste categorie che Hifu, ablazione a caldo (termoablazione) o freddo (crioterapia) rappresentano un’importante che ance di cura», sottolinea Alfredo Blandino, docente di Scienze Radiologiche all’Università di Messina e Presidente del comitato direttivo di radiologia uro-genitale della Sirm.

CHIRURGIA LAPAROSCOPICA: LO STANDARD ITALIANO - «In Italia, in presenza di carcinomi renali di piccole dimensioni, c’è l’indicazione a eseguire una resezione renale con conservazione della parte di rene sano – prosegue Blandino -. E’ un intervento può essere eseguito per via laparoscopica, cioè attraverso alcune piccole incisioni di meno di un centimetro ciascuna. Meno invasivo della chirurgia tradizionale a cielo aperto, che comporta un’ampia incisione sull’addome». E meno invasivo della nefrectomia (ovvero l’asportazione del rene) totale o parziale, necessaria quando il tumore è in fase più avanzata. Il rischio maggiore è rappresentato dalla possibilità di emorragie, ma il pericolo è minimo se ci si affida a centri e urologi esperti. Del resto, anche la crioterapia può avere complicanze, perché il sanguinamento associato alla puntura con l’ago espone alla possibilità di ematomi renali, sui quali deve poi intervenire il chirurgo.

Vera Martinella
fonte:www.corriere.it