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Cancro al fegato: la prima arma si chiama prevenzione

Antonio Gasbarrini, professore di Gastroenterologia presso l'Università Cattolica di Roma
A rischio soprattutto i soggetti con cirrosi epatica. La terapia? Ecografie periodiche e trattamenti mirati.
L. M.
La prevenzione come arma per non rimanere vittime del tumore del fegato, una condizione che ogni anno colpisce 10 mila persone nel nostro Paese. Se ne è parlato a Roma, in un summit di esperti che hanno preso parte al convegno «Eage – Postgraduate course on gastrointestinal and liver oncology». A rischio soprattutto i soggetti con cirrosi (oltre il 95% di questi tumori si sviluppa su un fegato cirrotico), in particolare quelli che hanno sviluppato questa condizione dopo un’infezione da epatite B o C o per abuso di alcol. «Il 5% dei pazienti cirrotici – spiega Antonio Gasbarrini, professore di Gastroenterologia presso l’Università Cattolica di Roma – va incontro nel corso della vita a tumore del fegato. È importante prevenire questa evoluzione ricorrendo a trattamenti adeguati che, nel caso dell’epatite C, sono l’interferone peghilato e la ribavirina. Grandi speranze sono inoltre riposte in tre nuove categorie di farmaci: gli inibitori delle proteasi, della HCV-polimerasi e della ciclofilina, che bloccano la cirrosi sul nascere, scongiurando anche il rischio cancro del fegato».

Per i pazienti già affetti da cirrosi è necessario alzare la guardia e attuare interventi di prevenzione secondaria. Per loro, sono da indicare analisi del sangue ed ecografia epatica ogni sei mesi, al fine di individuare precocemente lo sviluppo di un tumore del fegato e di intervenire tempestivamente con due innovative tecniche di trattamento locale. «La cosiddetta “alcolizzazione” del tumore – spiega il professor Gasbarrini – consiste nell’iniettare all’interno del tumore, sotto guida ecografia, alcol puro al 98%, che uccide le cellule cancerose. In alternativa si può ricorrere alla termoablazione a radiofrequenza, consistente nell’impiego di aghi che emettono onde radio a una particolare lunghezza d’onda, in grado di provocare la morte delle cellule tumorali». «Entrambe le procedure – continua Gasbarrini – vengono effettuate per via percutanea, cioè dall’esterno, e in anestesia locale. Si tratta quindi di tecniche non invasive, adatte anche ai pazienti in lista d’attesa per un trapianto di fegato, nei quali si riesce così a guadagnare tempo, bloccando la progressione del tumore e mantenendo stabili le loro condizioni».

Sul fronte del cancro dello stomaco e del colon, l’interesse dei ricercatori è focalizzato soprattutto sull’oncogene Kras, un marcatore di malattia piuttosto affidabile, anche come guida per la risposta al trattamento con i farmaci di nuova generazione, come quelli anti-EGFR (anti-recettore del fattore di crescita epidermico), o anti-angiogentici (farmaci che impediscono la formazione dei vasi che portano nutrimento al tumore). Quando il gene Kras non è mutato, infatti, le possibilità che il tumore risponda alla terapia anti-EGFR è molto alta, e questo permette di selezionare bene i farmaci con i quali trattare un determinato paziente.

fonte:www.lastampa.it