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Trovate le cellule staminali del tumore al polmone

Sono particolarmente resistenti ai chemioterapici tradizionali. Coinvolte nello sviluppo delle metastasi


MILANO - Nel tumore al polmone esiste un pugno di cellule staminali «maligne» che hanno il potere di favorire e sostenere la crescita del tumore. Lo ha dimostrato uno studio coordinato da Gabriella Sozzi e condotto dai ricercatori dell’Istituto nazionale tumori (Int) di Milano, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Pnas. La scoperta potrebbe aprire la strada a nuove terapie mirate a eliminare selettivamente queste cellule, capaci di resistere ai farmaci solitamente usati nella chemioterapia di questa forma di cancro.

IL RUOLO DELLE STAMINALI - «Recenti ricerche a livello internazionale – spiega Giulia Bertolini, ricercatrice responsabile dello studio - hanno evidenziato come non tutte le cellule che compongono un tumore abbiano le stesse capacità tumorigeniche (cioè di dare origine a un tumore, ndr). Nei tessuti sani specifiche cellule - le staminali -, grazie al loro alto potenziale rigenerativo, sono responsabili del mantenimento dell’integrità e della funzione dei tessuti. Così è stato ipotizzato che anche nei tumori esista una sottopopolazione di cellule con elevata capacità di mantenere ed eventualmente riformare il tumore stesso». La possibilità di identificare e studiare queste cellule, per poterle colpire con nuove strategie terapeutiche, riveste dunque grande importanza. Non a caso sono numerosi, in tutto il mondo, gli studi che tentano d’individuarle per i diversi tipi di cancro.
LA RICERCA ITALIANA – Lo studio dell’Int ha dimostrato che nei tumori polmonari esiste una sottopopolazione di cellule che possiede caratteristiche di staminalità. Queste cellule si possono riconoscere grazie a un particolare marcatore chiamato CD133, e hanno un potenziale tumorigenico molto superiore rispetto alle altre cellule che compongono la neoplasia. I ricercatori hanno poi scoperto che queste staminali hanno dei geni che ne aumentano la sopravvivenza e che ne favoriscono l’auto-rinnovamento, oltre a geni responsabili della mobilità del tumore. Questo le rende particolarmente resistenti ai farmaci chemioterapici tradizionali e le coinvolge nello sviluppo delle metastasi. Nello stesso studio si è osservato inoltre che la presenza di cellule positive al CD133 è un indicatore per una prognosi sfavorevole nei pazienti. «Si pongono così le basi - conclude Marco Pierotti, direttore scientifico dell'Int – per un’analisi più razionale delle cause dello scarso successo delle cure disponibili per i carcinomi polmonari, che rappresentano oggi la principale causa di mortalità per tumore. La possibilità di individuare e studiare le cellule responsabili del mantenimento del tumore potrebbe inoltre aprire la strada per nuove terapie mirate selettivamente alla loro eliminazione».
UN NEMICO DIFFICILE DA COMBATTERE - È ancora il tumore «big killer», il più diffuso e letale che solo in Italia colpisce 35mila persone ogni anno, causando circa 30mila decessi. Il tumore al polmone resta, malgrado decenni di ricerche, una malattia con una sopravvivenza a cinque anni inferiore al 15 per cento. Colpa soprattutto dei ritardi diagnostici, secondo Lucio Crinò, direttore dell’Oncologia medica all’Azienda Ospedaliera Santa Maria della Misericordia di Perugia, che partecipa al congresso europeo Ecco-Esmo in corso a Berlino: «Oltre sei pazienti su dieci arrivano dai medici quando la malattia è in fase già avanzata. Quando la neoplasia è metastatica, il paziente non è più operabile e le possibilità di guarire calano drasticamente». Per un paziente è difficile accorgersi di avere un tumore al polmone. Il sintomo più frequente è la tosse, ma un fumatore non si allarma. E la febbre, altro segnale importante, viene spesso scambiata per polmonite. Nuove speranze di un prolungamento della vita vengono dai farmaci biologici: «Se la sopravvivenza mediana con la sola chemioterapia - spiega l’oncologo – non supera i 9-10 mesi, con un biologico come bevacizumab si arriva a 12-13 mesi e oltre. E con alcune mutazioni genetiche del tumore polmonare particolarmente sensibili al farmaco si superano i due anni». In particolare uno studio presentato al congresso di Berlino conferma che la terapia con bevacizumab ha prodotto una sopravvivenza mediana di 14.6 mesi nei pazienti, con una percentuale di controllo della malattia superiore all’88 per cento, dimostrando che il farmaco presenta scarsi effetti collaterali.
TUTTA (O QUASI) COLPA DEL FUMO - La principale causa scatenante del tumore al polmone è il fumo: l’80 per cento dei pazienti deve incolpare il vizio della sigaretta. «Sebbene negli ultimi anni - conferma Crinò – l’incidenza negli uomini in Italia stia calando grazie alle leggi restrittive sul fumo. Ma sono in aumento i casi fra le donne, che restano forti fumatrici». Preoccupanti, poi, sono le stime del 2008 sul fumo tra i ragazzi di casa nostra. Sono, infatti, 11,2 milioni di italiani dipendenti dalle sigarette, con una leggera diminuzione (l’1,5 per cento in meno) rispetto al 2007. Negli ultimi cinque anni, però, è cresciuto il numero di giovani che hanno iniziato a fumare e oggi si dichiara fumatore il 7,8 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 24 anni. Oltre al fumo, esistono alcuni cancerogeni chimici come l’amianto (asbesto), il radon, i metalli pesanti, il catrame, che possono provocare un tumore del polmone, soprattutto in quella fascia di popolazione che viene a contatto con queste sostanze per motivi di lavoro.
Vera Martinella
fonte:http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/09_settembre_24/staminali-tumore-polmone_9f06aa7a-a91f-11de-aaa2-00144f02aabc.shtml