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GLI ANTIBIOTICI RIDUCONO IL RISCHIO ABORTO DEL 90%


SE ASSUNTI PRIMA DI UN'AMNIOCENTESI, MENO PROBABILITA' DI PERDERE IL BAMBINO
 
(AGI) - Roma, 27 mar. - Se una donna fa uso di antibiotici prima di un esame di diagnosi prenatale, come l'amniocentesi, abbassa del 90% il rischio aborto. E' il risultato di uno studio durato sette anni, dal 1999 e terminato nel 2005, pubblicato nell'ultimo numero della rivista Prenatal Diagnosis. APGA TRIAL, questo il nome dello studio, e' il piu' grande mai eseguito in tema di diagnosi prenatale e tutto rigorosamente italiano. Sono state studiate circa 40 mila donne che si sono sottoposte . ad altrettante amniocentesi presso il Centro di Medicina Materno Fetale "Artemisia" a Roma. Lo studio e' stato guidato da Claudio Giorlandino, Presidente della SIDIP, Societa' Italiana di Diagnosi Prenatale e vi hanno preso parte, tra gli altri, Pietro Cignini del Dipartimento di Diagnosi Prenatale del centro di Medicina Materno Fetale dell'Artemisia, Alvaro Mesoraca del Dipartimento di Genetica e Biologia Molecolare Medicina Materno Fetale sempre dell'Artemisia e Marco Cini del Dipartimento di Ingegneria dell'Impresa dell'Universita' di Tor Vergata di Roma che ha curato l'analisi statistica dello studio. E' stato dimostrato con la piu' alta evidenza scientifica che
deriva dalla metodologia utilizzata nello studio (randomizzato, controllato) che la profilassi antibiotica prima dell'amniocentesi del secondo trimestre abbassa di circa il 90% gli aborti, passando da 1 aborto ogni 500 donne (0,2%) ad 1 aborto ogni 3.400 donne (0,03%) che si sottopongono a questo tipo di esame prenatale. "In Europa - ha affermato Giorlandino - abbiamo la migliore medicina materno fetale. Con i dati emersi dallo studio deve essere ormai chiaro che oggi fare l'amniocentesi non e' rischioso. C'e' un rischio aborto pari allo 0,03 % per chi fa la terapia antibiotica prima di sottoporsi alla procedura e pari allo 0,2 % per chi decide di non farla, percentuale comunque sempre molto bassa. Non si deve piu' parlare di un rischio pari all'1%. Questo, risalente a 23 anni fa, e' ormai superato". Giorlandino afferma inoltre che "ormai i recenti progressi nella Diagnostica di Biologia Molecolare hanno fatto si' che oggi sul liquido amniotico non si vada piu' ad indagare solo rispetto alle cromosomopatie (la piu' nota delle quali e' la Sindrome di Down) ma anche altre malattie genetiche, legate al DNA. Questo oggi e' possibile con la tecnologia dei microarrays con i quali si ha la possibilita', in casi selezionati, di studiare centinaia di malattie genetiche". L'ultima frontiera infine che si apre su liquido amniotico e' l'isolamento su di esso di cellule staminali pluripotenti, in grado differenziarsi in tutte le linee cellulari dell'organismo. "Queste caratteristiche, insieme con l'assenza di questioni etiche riguardanti il loro isolamento ed utilizzo - conclude l'esperto - suggeriscono che le cellule staminali presenti nel liquido amniotico potrebbero essere promettenti candidati per la terapia di numerose patologie umane".fonte:http://salute.agi.it
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